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LA FAMIGLIA OGGI: UNA REALTÀ IN EVOLUZIONE Cap. 9°

Gentili lettori, dopo aver analizzato le caratteristiche salienti dei modelli di mediazione strutturata e negoziale, Vi proponiamo di seguito un approfondimento del modello di mediazione terapeutica.

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MEDIAZIONE TERAPEUTICA

Il modello terapeutico della mediazione familiare è stato introdotto da Irving e Benjamin e si fonda sulla premessa che, nelle coppie non in grado o non ancora pronte a lavorare insieme nella mediazione, sia opportuno, prima di avviare un processo di mediazione vero e proprio, intervenire direttamente sulle parti.

Si comincia, quindi, la procedura con una particolare fase preliminare denominata di pre-mediazione, la quale ha l’obiettivo di migliorare le relazioni per facilitare l’analisi dei problemi, oggetto delle controversie.

Lo scopo è quello di provare, attraverso un aiuto preparatorio in incontri separati, a rendere le parti capaci di accettare ed utilizzare la mediazione, invece di rifiutarla e di giudicarla inopportuna.

Nella mediazione terapeutica è riservato un grande spazio all’analisi delle emozioni connesse alla separazione coniugale, considerando indispensabile – a differenza del modello strutturato – il lavoro sui sentimenti.

Il passato, caratterizzato spesso da rivendicazioni e recriminazioni reciproche, viene rivisto individuando le risorse presenti al momento in cui ha avuto inizio il rapporto di coppia ed evidenziando gli aspetti che hanno comunque determinato una continuità nel tempo del legame genitoriale.

Nonostante l’analisi degli aspetti affettivo-emotivi, la mediazione terapeutica è però nettamente distinta dalla psicoterapia, in quanto non viene svolta un’indagine approfondita della storia personale o delle dinamiche intrapsichiche delle parti ma ci si concentra su specifici obiettivi, nell’ottica precipua di favorire la riconciliazione della coppia.

Principio cardine su cui si fonda la procedura è che la coppia possa giungere ad un dialogo cooperativo dopo aver eliminato i sentimenti di ostilità, rabbia, rancore, rivendicazione e vendetta, che minano alla base ogni possibile condizione di equilibrio.

La cornice teorico-metodologica di riferimento è la lettura clinica della relazione all’interno della coppia genitoriale.

La mediazione terapeutica di Irving e Benjamin si compone di quattro fasi:

Fase 1: fase di valutazione della disponibilità della coppia ad intraprendere un percorso di mediazione. Solitamente tale fase si articola in tre sedute (due individuali ed una congiunta) e, alternativamente, può indirizzare le parti al negoziato, alla pre-mediazione, a una terapia a lungo termine o, infine, al Tribunale.

Fase 2: fase di “pre-mediazione” per quelle coppie che hanno le caratteristiche per affrontare il percorso di mediazione ma non sono ancora pronte alla fase di negoziazione. In tale fase si punta alla valorizzazione ed al riconoscimento dell’altra persona come soggetto capace di instaurare un dialogo sul piano genitoriale ed è per questo che solitamente la si utilizza con le coppie che decidono di separarsi subito dopo o in coincidenza della nascita di un figlio, senza avere alle spalle una storia condivisa del legame genitoriale. La durata di tale fase oscilla dalle quattro alle otto sedute.

Fase 3: fase di negoziazione, che può aprirsi dopo la pre-mediazione o direttamente dopo la prima fase di valutazione, nel caso in cui siano già presenti i presupposti per entrare subito in mediazione.

Il negoziato rappresenta la fase centrale di tutto il processo mediativo in quanto la coppia cerca di risolvere le varie conflittualità trovando un accordo di base.

In questa fase le parti possono contattare i propri avvocati.

Quanto alla partecipazione o meno dei figli alle sedute, in Italia la dottrina è divisa: c’è chi prevede la possibilità d’incontri con i figli (generalmente se sono piccoli vengono coinvolti verso la fine del processo mediativo mentre se sono adolescenti nella fase centrale) e chi si oppone fermamente alla loro presenza nel percorso di mediazione.

Fase 4: fase di follow-up, prevista dopo circa due mesi dalla conclusione del percorso di mediazione; consiste in un semplice controllo dei progressi della coppia e della solidità dell’accordo raggiunto sul lungo periodo.

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Il mediatore deve basare il suo intervento su alcuni elementi chiave, ossia: individuare i sentimenti disgreganti che impediscono alla coppia di fare dei cambiamenti e migliorare il dialogo genitoriale; individuare gli specifici modelli d’interazione relazionale, gli stili di comunicazione e gli schemi familiari che sono utilizzati in una determinata famiglia (coppia, figli, parenti); eliminare l’influenza di terze persone nelle dinamiche relazionali della coppia.

Compito primario del mediatore è quello di aiutare la coppia a recuperare le proprie abilità relazionali e comunicative e poi, con l’affiancamento di altre figure professionali (come, ad esempio, quella dell’avvocato), giungere alla stipula di un accordo.

Al mediatore è, peraltro, richiesta una formazione specifica in ambito psicologico in quanto deve essere in grado di riconoscere ed intervenire sulle problematiche relazionali della coppia, la quale appare in momentaneo blocco emotivo ma idonea ad affrontare un percorso di mediazione.

Si può dire che il mediatore funga da “consigliere” della coppia, suggerendo stili di comunicazione più adatti, controllando gli stati emotivi e comportamentali delle parti e verificando, di volta in volta, i loro progressi comunicativi.

Se dopo una serie di incontri di mediazione il dialogo della coppia non migliora, il mediatore ha il compito di indirizzare le parti a percorrere altre strade (giudiziali o di terapia).

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Nel prossimo articolo verranno delineati i tratti essenziali della mediazione trasformativa, che si pone due obiettivi principali: l’empowerment (potenziamento della capacità delle parti di individuare autonomamente le questioni e di trovarvi rimedio) e la recognition (individuazione ed analisi del punto di vista dell’altra persona).

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